Dic 29 2015

All’alba del 2016

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Cari amici,
2015 va via. Riflettere sulla mia vita che scorre mi sembra così poco.
2015 – 950 000 IMMIGRATI.
2015 – 3600 morti di cui 700 BAMBINI.
Non sono i numeri, sono le persone, come me, come te, come tutti.
Scelgo questa foto scattata a Lesbo in Grecia, come l’augurio per l’anno che verrà a tutti i viandanti qui.
Un padre con la sua bambina, rinasce in vita in un’alba sulla terra ferma, nella gioia, nell’immenso, nell’universo in cui ci dovrebbe essere un posto per tutti. La libertà che non può essere negata a nessuno. L’augurio per me sarà il vostro tag in questa foto, la divulgazione. Condivisione di un’idea di guardare oltre i muri creati dal nostro benessere. Scegliere il valore del pensiero e dell’azione, per oggi, e per l’alba del domani.
All’alba del 2016!
Auguri!

Foto/ Thanassis Stavrakis

 

 

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Nov 22 2015

Con lo sguardo dall’altezza di un bambino

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Buongiorno mondo di blogger. Ritorno. Insomma, mi sono detta 150 mila di visite e migliaia di commenti sui post qualcosa vorranno dire? Senza presunzione, e importante che dicano qualcosa a me. Qualche tempo fa ho pensato di andare su una nuova piattaforma,  di quelle super moderne, sinceramente mi sono sentita attempata, ogni volta che scrivevo qualcosa mi trovavo inadeguata. Qui forse, qualcuno dei miei vecchi amici forse si ricorderà di me o dei miei sproloqui a tu per tu, ma ciò non importa. Ho deciso di lasciare pochi post, giusto qualcosa, che non fa dimenticare nemmeno a me di esserci stata precedentemente.

Infondo, non dovrebbe essere importante dove ti trovi a scrivere, e importante farti leggere. Allora torno a casa.

Di recente ho visto la proiezione delle fotografie di uno tra i più importanti fotografi italiani, Giovanni Chiaramonte, presentata da lui stesso. L’infinito delle sue immagini è riuscito a penetrare nella mia mente. E non solo. Straordinaria la sua spiegazione per il  suo modo di fotografare, il perché dell’uso del cavalletto basso per immortalare i momenti della sua  “Luce” . “Fotografo cosi basso perché mi trovo all’altezza di un bambino. Un bambino riesce a cogliere le cose che gli adulti non riescono a vedere”.

Sono rimasta colpita. Cosi semplice.

In aggiunta, mia figlia, e ciò non sarà per caso, qualche giorno fa, per una situazione emotiva che mi attanagliava da un po’, mi ha dato la risposta. Era cosi ovvia, eppure non riuscivo ad afferrarla.

Oggi, per una costrizione mi trovo ad essere all’altezza di un bambino stando nel letto,  ho deciso che devo tornarci più spesso, non nel letto spero, ma all’altezza di un bambino, per ripulire i pensieri, e per vedere il circondario con la bellezza di cui ne straripa. Certo, il mondo e pieno anche di bruttezze e di crudeltà, ma non sarò io a dare a loro man forte per crescere.

 

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Feb 15 2015

Shiva e Shakti

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Schiva un nome e un significato , profondo e non casuale. Con la sua dualità immersa in quel fluido rosso e corposo …

Shiva e Shakti 

“SHIVA è il principio della forza centrifuga per mezzo della quale ogni vita, ogni forma, ogni sistema cosmico si dissolve nell’infinita immensità del divino. Tutto ha origine in Lui. Egli è la forza di espansione del mondo, è la fonte energetica dell’esistenza, il principio della vita, ma anche il principio della dissoluzione e della trasformazione.  La forza trascendentale di SHIVA è una porta d’ingresso che conduce al di là delle cose terrene; va dal mondano al metafisico e fa nascere la comprensione della reale natura dell’esistenza.

Poiché tutto vibra, tutto ha un ritmo, SHIVA è anche il Signore del ritmo e della danza e come tale dà origine al mondo delle forme. 

SHAKTI è proprio invece il movimento, il mutamento; essa è l’origine di ogni produzione, generazione e vivificazione.

Un’autentica Shakti emana il sortilegio della dolcezza che inebria di divino il suo SHIVA; è capace di trasmettere una felicità profonda e di trasformare la vita in una meravigliosa beatitudine. Con il suo potere incantatore l’esistenza diventa un’opera celeste, che rivela i segreti mistici dell’estasi e che fa scorgere il ritmo delle armonie della potenza della creazione.”

Trovare tutto racchiuso in una bottiglia e stato scoprire ancora una volta la vita che si immerge  nel fiume d’universo, la sua corrente che travolge, e  scoprire  che nulla e per caso , che nulla si può quando si uniscono energie e vibrazioni , quando si annulla la dualità , e emergono entrambe le forze in una sola. Eternità racchiusa in un solo istante . E la realtà supera il confine e diventa il mistico,  la sorgente dalla quale dissetarsi, il cibo di cui nutrirsi qui ed ora, trasformando il qui ed ora in ogni istante che segue .

Il difficile incasellare l’emozioni con le parole diventa possibile, anche se non esprimono la forza nemmeno nella loro penetrante disamina.

Rimango a fluire nel mondo di colei che sa di essere estaticamente “Visionaria “di una danza tra Shiva e Shakti.

 
 

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Gen 23 2012

Ogni giorno, ogni ora

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” … ti amo solo te sempre te per tutta la vita sei l’aria che respiro il mio battito sei dentro di me  infinita il mare davanti a me sei tu i pesci che catturo tu li hai messi nella rete sei il mio giorno e la mia notte e l’asfalto sotto le scarpe e la cravatta che stringe il collo e la pelle che avvolge il corpo e le ossa sotto la pelle e la barca e la prima colazione e il vino e gli amici e il caffè del mattino e miei quadri e i miei quadri e mia moglie nel cuore e mia moglie mia moglie mia moglie …

…Ha le vertigini. Troppe parole. Sente il vento tra i pensieri.

Luka comincia a contare. Dora si alza in un battibaleno e lo abbraccia. E rimangono cosi. Come due personaggi shakespeariani. Come due bambini perduti. E dietro a loro un paesaggio travolgente.

Cosa facciamo adesso?

Filiamocela da qui. ”

Da una meravigliosa lettura di Natasa Draganic.

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Gen 12 2012

” PREGHIERA IN GENNAIO”

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I brividi scorrevano sulla pelle come i rivoli di pioggia, svegliando per l’ennesima volta la sensazione di forte emozione nel riconoscere  quella lettura…

“ …

I pescatori avevano ritirato le canne da pesca. Accanto al muro di una cascina un contadino pregava sottovoce.

“Che era successo?”

“ Una donna si era buttata nel fiume. Suicidata. La stavano cercando. Allora chiesi al capo dei vigili con cui ho molta confidenza, chi fosse. E mi disse che era la signora che faceva l’aiuto cuoca alla trattoria del ponte. La Marilena. Una donna dolcissima. Di quelle per intenderci che respirano piano per non svegliare il suo lui che dorme. E che io ben conoscevo per  il fatto di essere assiduo frequentatore del locale. Insomma, separata, lasciata dal marito dopo un’accesa causa di separazione in cui tutti e due chiedevano affidamento del pargolo ancora piccolo, indebitata per pagare avvocati e consulenti, col marito che negli ultimi due mesi aveva cessato di erogarle assegno disposto dal giudice e le aveva mollato pure quattro ceffoni… in una fase di depressione, ha scelto di farla finita e si è buttata li, dove la corrente e modesta ma il fiume è molto profondo e scuro.

C’era anche il maresciallo Losapio. Tutto sudato. Aveva in mano un foglio di carta spiegazzato. Lo aveva lasciato sulla riva stessa Marilena. L’ho ricopiato, aspetti che glielo leggo:

Signori benpensanti,

spero non vi dispiaccia,

se in Cielo e in mezzo ai Santi

Dio fra le Sue braccia

Soffocherà il singhiozzo,

delle mie labbra smorte

che all’odio e all’ignoranza

preferirono la morte.

Dio di misericordia,

il tuo bel Paradiso

lo hai fatto soprattutto

per chi non ha un sorriso

e per quelli che han vissuto

con la coscienza pura .

L’inferno esiste solo

per chi ne ha la paura.

Venite in Paradiso,

la dove vado anch’io.

Perché non c’è l’Inferno

nel mondo del buon Dio.

Dopodiché si è gettata nel torbido gorgo “.

… “

Dal “ Nel Nome dei figli”.

 

Qualcuno di voi forse riconoscerà le parole di poesia in musica che mancava ieri sera, accompagnate dal silenzio greve dei presenti in sala conferenza preseduta dal Dott. Vezzetti. Piccolo ma gremito il luogo fa riaffiorare la sensibilità e la speranza, dei semi lasciati per  un futuro migliore. Vinciamo disincanto con cui ci ha vestito la vita dei nostri giorni, aprendoci all’amore e bontà d’animo, porgendo le mani piene di questo cibo che non costa nulla, regalando ai figli lo stupore e l’incanto, donandogli il loro Paradiso, qui, insieme a noi, in questa vita.

Vittorio, grazie, essere i pionieri in questo mondo con pochi ideali non appaga nel vedere in quanti non vedono, non sentono e non parlano. Lentamente e con fatica, delle voci si aggiungeranno a questo coro, elevando in aria un suono meraviglioso con il quale verranno avvolti i bambini ai quali  abbiamo dato la vita. In queste note non ci sarà la rabbia, né il rancore, saranno le note di consapevolezza dei figli grandi divenuti genitori…

Perché, come concludevi ieri sera:

“Beato quel genitore i cui figli corrono nelle braccia anche quando le mani sono vuote”,

Perché quel figlio avrà trovato ciò che un prezzo non ha:

L’amore!

 

 

 

 

 

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Nov 04 2011

“NEL NOME DEI FIGLI”

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Non ci sarebbe una giornata migliore per poterne scrivere, raccontare di tanto. Diluvia. Dalla finestra s’intravede la rabbia della natura che scende sugli alberi divenuti inermi sotto la  forza del vento e dell’acqua. Come se volesse annegare il tutto. Riporta a un’ennesima riflessione, e tutta questa pioggia potrebbe essere una  metafora  di quante vite, soprattutto quelle innocenti, subiscono, perché loro non hanno la possibilità di scelta. Sono“solo “ dei figli.Sai quando comincia questa sventura, e non sai quando finisce.  E di tanti momenti tremendi che trafiggono, addolorano, nello stesso tempo in cui si ascolta la propria voce dal profondo: Non era questo ciò che avrei voluto. E non c’è il miglior testamento in lascito di quello che sia l’esperienza, raccontata, scambiata, condivisa. Il mal comune non fa il mezzo gaudio, ogni uno e portatore del suo bagaglio, e non c’e via di scampo. Tranne una. Unica e sola, quella dello sguardo sui figli. Ed è uno sguardo che deve vedere oltre, attraverso l’amore nei loro confronti, con il cuore che deve essere offerto su un palmo della mano, ancor di più in quei momenti quando si fa piccolo, piccolo, per la sofferenza che c’è. Ho letto il libro , di cui la copertina sotto, di una vita, di tante vite, e con angoscia mi  rendo conto, ancora una volta di  tanta sofferenza per una vita che cambia.   E non è una questione dell’amore finito. Allo smarrimento di chi prende delle decisioni si aggunge lo smarrimento totale dei figli, che spesso diventa il buio, coperto da chi ci dovrebbe aiutare ad uscirne fuori, se non per l’etica professionale di salvaguardare  il diritto di ogni uno di noi, almeno  per un solo motivo, seppure venale, perché è pagato, e anche profumatamente. Non è al servizio dei deboli, ma a fine di se stesso. L’autore del libro ha saputo con la maestria,attraverso la sua e altrui esperienza, aprire il vaso di Pandora del sistema giudiziario italiano inerente allo “Diritto di Famiglia”, ovvero di quanto accade a quelle famiglie che loro malgrado hanno dovuto rompere quella che voleva essere la loro promessa della vita.

 

Sig. Vezzetti

Premessa, sono una donna separata, con due figlie, e sono stata fortunata due volte. La prima, nella decisione comune con il mio ex marito di trovare il giusto modo a salvaguardare le nostre figlie in una situazione difficile come una separazione, riuscendo a farlo con un’unica comparizione davanti al giudice, e seguendo l’istinto d’amore per le nostre figlie, siamo rimasti fuori dalle porte del tribunale, con dei risultati più che positivi, seppure si sia passati attraverso dei momenti di sofferenza. Lei me l’ha confermato pienamente attraverso le pagine che ho letto. La seconda, a prescindere dai motivi, si arriva a volte al punto di dire, mi rivolgo al tribunale! E invece e grazie alla meravigliosa lettura del suo libro che ho deciso che non mi avrei mai più neppure fatta sfiorare da quell’intento. Ecco, abbracciare un’ idea, un vissuto altrui, una battaglia, e il miglior modo per dirle grazie. Un libro da consigliare a tutti, non solo ai separati, e soprattutto alle figure che svolgono un ruolo importante, avvocati e i pm, per il loro aver tra le mani il più prezioso, le decisioni sulla vita delle persone, e soprattutto quella dei bambini e dei ragazzi.

La sua è una vocazione, e non solo come medico pediatra. Ho letto dei commenti, stupita per alcuni, perché come lettrice non mi è mai passato per la mente, neppure per un istante solo, a dare al suo romanzo un valore o meno letterario, perché il valore che ha , va oltre!!!! Sveglia la coscienza, insieme a delle emozioni, e come si dice, “Siamo cresciuti quando sappiamo accettare ciò che non ci piace”, e allora dobbiamo trovare il modo per prendere ogni uno delle sue responsabilità. “NEL NOME DEI FIGLI”, soprattutto.

http://www.nelnomedeifigli.it/

http://www.hoepli.it/libro/nel-nome-dei-figli/9788865950418.asp

http://www.figlipersempre.com/

http://www.adiantum.it/

Grazie mille a chi mi ha fatto conoscere questo libro.

E al mio avvocato, una perla tra quelle rare, che per fortuna fanno da faro a chi è fortunato di averle vicino, oltre a Miki, tra gli ultimi Don Chisciotte, che praticamente non si fa neppure pagare dai suoi assistiti.

Tatjana

Questo è un post aperto. Tutti quelli che vorrebbero scrivere qualcosa, possono farlo.

 

 

Dott. Vezzetti ha scritto

Ciao a tutti. Sono l’autore del libro, mi hanno segnalato il blog e… eccomi qua. Vi ringrazio per le attestazioni di stima e per le belle parole. Nando mi ha addirittura commosso. Se qualcuno di voi vuole collaborare alla divulgazione del testo e del suo messaggio si metta in contatto con la nostra onlus Figlipersempre. Abbiamo trovato tanti dirigenti scolastici in Lombardia sensibili al problema che hanno acquistato il testo per i loro docenti e abbiamo aiutato in tutta Italia attraverso decine di vendite di beneficenza tanti bambini e tante categorie deboli (disabili, malati ecc.). Siamo oltre le 7000 copie.
I prossimi appuntamenti saranno a Ostuni il 18 novembre, a Torino il primo dicembre al Circolo dei lettori, a Bolzano il 3 dicembre mattina e Trento il 3 pomeriggio.
Grazie a tutti coloro che si stanno adoperando per la divulgazione della nostra testimonianza.

 

 

Vittorio ha scritto

Un tema difficile questo, parli della sofferenza che i figli dei separati patiscono nel silenzio di tutti i giorni. Genitori che si fanno la guerra tra loro, a ragion o torto di uno o dell’altro, senza pensare che i loro figli vogliono e sognano due genitori, un padre ed una madre, così come sono, ne bene e nel male.

La colpa non è dei genitori, ma di coloro che fomentano questi in un lunghe guerre dove non ci sono vincitori, tranne avvocati e psicologi che ne traggono un mero guadagno, e dove i figli sono gli unici a pagarne le conseguenze.

Aiuto da tempo le associazioni per le pari genitorialità e non faccio altro che ascoltare storie tristi tutti i giorni, storie di guerre tra poveri, guerre dove si auspica che denigrando o cancellando uno dei due genitori si faccia il bene dei figli. Poi quando la guerra termina, non per accordi raggiunti ma solo perché sono terminati i soldi serviti per pagare avvocati, psicologi e tutte le spese legali, i genitori piangono, versano grandi lacrime di tristezza, ma non per la sofferenza regalata ai loro figli, ma per le parcelle degli avvocati, che arrivano sempre e solo alla fine della guerra e che son paghi ti pignorano tutto quello che hai, compresa la casa dove vivono i tuoi figli, proprio quei figli che in fase processuale quegli stessi avvocati difendevano a spada tratta.

Quando ho conosciuto Vittorio Vezzetti non riuscivo a credere che per denunciare una situazione così degradata si sia costretti a scrivere un libro. Mi chiedevo che senso avesse in un paese civile dover essere costretti a scrivere un libro per far conoscere agli altri le ingiustizie del nostro paese. Ma allora se così è, cosa succede a tutte quelle persone che non hanno il dono di saper scrivere un libro? Nessuno saprà mai nulla di loro?

Poi quando ho iniziato a leggere il libro, nel leggere tutte quelle storie tristi, ho iniziato a sentirmi mancare il respiro, ho iniziato a soffrire per tutti quei bambini che hanno sofferto e che continuano a soffrire alla luce del sole, proprio per mano delle nostre autorità.

Nel libro scopro un dato sconfortante: nella sola città di Roma ci sono più avvocati che in tutta la Francia. Allora faccio qualche ricerca a riguardo e scopro con grande stupore che nella sola Lombardia ci sono più avvocati che a Roma. Quindi tra Lombardia e Roma abbiamo il doppio degli avvocati che esistono in Francia!?!? Senza contare le altre 19 regioni d’Italia.

Quindi o siamo fessi o siamo un paese litigioso!

Si, aiuto le associazioni delle pari genitorialità per aiutare i nostri figli, aiutando proprio i loro genitori a non litigare per i figli che già gli appartengono, ma soprattutto per spiegare che sono loro genitori, entrambi, che appartengono ai loro figli!

Come genitore immensamente innamorato dei miei figli, che soffro per tutti i figli che stanno vivendo storie analoghe, non posso che ringraziarti per aver dedicato questo tuo spazio ad una causa comune, quella dei nostri figli.

Condivido appieno i tuoi esaustivi commenti sul libro, dovrebbero leggerlo tutti!

Grazie e come dici tu, facciamolo soprattutto NEL NOME DEI FIGLI!

 

Irene ha scritto…

” Giorni difficili, tremendi …

sembra che tutto si ribalti, noi, le nostre vite, la natura stessa sta dando prova della sua potenza sull’uomo …

E l’uomo cosa ha sempre tentato di fare, da sempre, se non domare tutto e renderlo suo servo?

La natura no, non si doma …

Non si doma il vento,

non si doma l’acqua,

non si doma il fuoco …

Sono giorni in cui tutti noi, per i motivi più diversi o uguali ci sentiamo spaesati ….

come se facessimo parte di un film in cui  non siamo più i protagonisti …

Affiora la rabbia, l’impotenza di fronte a tanta furia che sembra colpire alla cieca chi infondo che male ha fatto? ”

 

Marcos ha detto…

Mi spiace tanto di non aver avuto figli . Non è accaduto e così è . Mi consola non aver mai dovuto affrontare queste tempeste emotive …….
Non so cos’altro dire …….

 

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Ott 03 2011

Infine…

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Sono le gocce nel deserto

E quella macchia di vino rosso sul abito

Ora  è la pioggia di ottobre che aspetto

So che  il vento non porta la felicità

e lascio le lacrime per la fine

per dissetare il cuore

E sento il profumo del papavero rosso

si espande nella stanza

E so che il vento porterà via i versi

E lascerò le lacrime per la fine

Le lacrime …

E so di essere stanca di andar via …

E del passo dopo passo per un nuovo giorno,

e dalla valigia da riporre

La cera si è sciolta,

la luce si affievolisce  lentamente

Il suono del violino accompagna l’attesa

delle lacrime

per la fine.

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Giu 12 2011

Lasciami piangere

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Ti parlerò della mia vita,

ti dirò perche respiro piano.

Ascolta con me le canzoni

che  fanno male.

Non chiedermi perche piango.

Né del parco in fondo alla città,

degli amori vecchi, degli amici …

Di ricordi dei bei tempi…

tu non devi sapere cosa vuol dire.

Se piango, dimmi solo,

piangi…

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Apr 07 2011

Madeleine

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Come quando cogli una mela del suo albero, assapori e senti in bocca quel gusto inatteso, del frutto ancora non maturo e acerbo…E solo il non rifiuto ti concede di continuare a sperimentare quel diverso inatteso,  di evadere da un ricordo di olfatto che aspettavi, poiché solo nella sua novità si riscopre la sua autenticità. Forse ci voleva la giusta dose di consapevolezza e introspezione, per tornare a leggere e capire a fondo la Recherchè, immenso universo che spesso sfugge, precludendoci la possibilità di non aprirsi a quanto sembra non fattibile o comprensibile. E invece quella semplice “madeleine” di Proust  apre la porta, dandoci la possibilità di capire che  ogni istante della nostra vita può celare quel mondo meraviglioso quale ci è scappato  via inesorabilmente, senza che abbiamo saputo coglierlo, e ch’è fosse proprio quello l’attimo di felicità che non abbiamo saputo riconoscere.

Dalla  “memoria involontaria“di Marcel Proust.

“Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d’un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di “madeleine”. Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di biscotto toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l’amore, colmandomi d’un’essenza preziosa: o meglio quest’essenza non era in me. era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch’era legata al sapore del tè e del biscotto, ma la sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla?

Bevo un secondo sorso in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo dal quale ricevo meno che dal secondo. E’ tempo ch’io mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. E chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. Essa l’ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con forza sempre minore, quella stessa testimonianza che io sono incapace d’interpretare e che voglio almeno poterle donare di nuovo e ritrovare a mia disposizione intatta, fra poco, per.una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca a esso trovare la verità. Ma come? Grave incertezza, ogni qualvolta l’animo nostro si sente sorpassato da sé medesimo; quando lui, il ricercatore, è al tempo stesso anche il paese tenebroso dove deve cercare e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? non soltanto: creare. Si trova di fronte a qualcosa che ancora non è, e che esso solo può rendere reale, poi far entrare nella sua luce.

E ricomincio a domandarmi che mai potesse essere quello stato sconosciuto, che non portava con sé alcuna prova logica, ma l’evidenza della sua felicità, della sua realtà dinanzi alla quale ogni altra svaniva. Voglio provarvi a farlo riapparire. Indietreggio col pensiero al momento in cui ho bevuto il primo sorso di tè. Ritrovo lo stesso stato, senza una nuova luce. Chiedo al mio animo ancora uno sforzo, gli chiedo di ricondurmi di nuovo la sensazione che fugge. E perché niente spezzi l’impeto con cui tenterà di riafferrarla, allontano ogni ostacolo, ogni pensiero estraneo, mi difendo l’udito e l’attenzione dai rumori della stanza accanto. Ma, sentendo come l’animo mio si stanchi senza successo, lo costringo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a ripigliar vigore prima d’un tentativo supremo. Poi, una seconda volta, gli faccio intorno il vuoto; di nuovo gli metto di fronte il sapore ancora recente di quel primo sorso, e sento in me trasalire qualcosa che si sposta e che vorrebbe alzarsi, qualcosa che si fosse come disancorata, a una grande profondità, non so che sia, ma sale adagio adagio; sento la resistenza, e odo il rumore delle distanze traversate.

Certo, ciò che palpita così in fondo a me dev’essere l’immagine, il ricordo visivo, che, legato a quel sapore, tenta di seguirlo fino a me. Ma si agita in modo troppo confuso; percepisco appena il riflesso neutro in cui si confonde l’inafferrabile turbinio dei colori smossi; ma non so distinguere la forma, né chiederle, come al solo interprete possibile, di tradurmi la testimonianza del suo contemporaneo, del suo inseparabile compagno, il sapore, chiederle di rivelarmi di quale circostanza particolare, di quale epoca del passato si tratti.

Toccherà mai la superficie della mia piena coscienza quel ricordo, l’attimo antico che l’attrazione d’un attimo identico è venuta così di lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare nel più profondo di me stesso? Non so. Adesso non sento più nulla, s’è fermato, è ridisceso forse; chi sa se risalirà mai dalle sue tenebre? Debbo ricominciare, chinarmi su di lui dieci volte. E ogni volta la viltà, che ci distoglie da ogni compito difficile, da ogni impresa importante, m’ha consigliato di lasciar stare, di bere il mio tè pensando semplicemente ai miei fastidi di oggi, ai miei desideri di domani, che si possono ripercorrere senza fatica.

E ad un tratto il ricordo m’è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di “madeleine” che la domenica mattina a Combray ( giacché quel giorno non uscivo prima della messa ), quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio.

La vista del biscotto, prima d’assaggiarlo, non m’aveva ricordato niente; forse perché, avendone viste spesso, senza mangiarle, sui vassoi dei pasticcieri, la loro immagine aveva lasciato quei giorni di Combray per unirsi ad altri giorni più recenti; forse perché di quei ricordi così a lungo abbandonati fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s’era disgregato; le forme – anche quella della conchiglietta di pasta – così grassamente sensuale sotto la sua veste a pieghe severa e devota – erano abolite, o, sonnacchiose, avevano perduto la forza d’espansione che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza. Ma, quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo.

E, appena ebbi riconosciuto il sapore del pezzetto di ” madeleine ” inzuppato nel tiglio che mi dava la zia (pur ignorando sempre e dovendo rimandare a molto più tardi la scoperta della ragione per cui questo ricordo mi rendesse così felice), subito la vecchia casa grigia sulla strada, nella quale era la sua stanza, si adattò come uno scenario di teatro al piccolo padiglione sul giardino, dietro di essa, costruito per i miei genitori (il lato tronco che solo avevo riveduto fin allora); e con la casa la città, la piazza dove mi mandavano prima di colazione, le vie dove andavo in escursione dalla mattina alla sera e con tutti i tempi, le passeggiate che si facevano se il tempo era bello. E come in quel gioco in cui i Giapponesi si divertono a immergere in una scodella di porcellana piena d’acqua dei pezzetti di carta fin allora indistinti,, che, appena immersi, si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili, così ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè”.

Capitolo “Combray” dal primo libro della  Ricerca del tempo perduto , “La strada di Swann”.

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Lug 12 2010

IN VIAGGIO CON IL TEMPO SOSPESO

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Accarezzo con la mente, lentamente il piacere di trovarmi nei luoghi racchiusi nei ricordi.

Lontani e, pur cosi vicini, a me familiari ed ancora da scoprire. Il tempo passa inesorabilmente, svelando sempre con la maggior forza il risveglio del viaggiatore che alberga in me. Un viaggio che mi aspetta dal sapore dolce, da assaporare l’attimo dopo l’attimo. Il tempo sospeso, tra il mondo in cui vivi, e quello che andrai a riscoprire. Il tempo che si dilata. Il tempo che rispecchia i luoghi remoti, l’aspra natura rimasta selvaggia.

I monasteri dimenticati che spuntano nella roccia, i laghi cupi attorniati dai cipressi secolari, gli abissi profondi migliaia di metri, dove lo sguardo si perde impotente davanti alla bellezza intaccata della natura.

Desiderio di meraviglia che spaventa e sorprende nello stesso tempo. La mente vuota e leggera pronta a scattare le istantanee che non riesce ad afferrare nessuna macchina fotografica.

Un solo punto di partenza, il resto sono le distanze da colmare,  scorrerle lentamente, attraverso il tempo che non inseguo. L’incontro con l’altro tempo, quello fermo, pieno di magia, dove il mio io dilatato e sospeso si concilia con se stesso.

Ecco si, una sola cosa, magari acchiappare qualche nuvola galleggiante.

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